Il progetto multimediale per la Specola “Margherita Hack di Basovizza – INAF Trieste – Parte 2: i contenuti multimediali

Il progetto multimediale per la Specola “Margherita Hack di Basovizza –  INAF Trieste – Parte 2: i contenuti multimediali

Questo articolo è stato scritto da Giovanni Seravalle, studente del Liceo Scientifico Einstein di Cervignano del Friuli (UD) che ha trascorso in 4DODO il periodo di alternanza scuola lavoro e ha realizzato le interviste alle persone coinvolte nel progetto.


La chiacchierata con Luca Formentin, Full Stack Developer di 4DODO (che potete leggere qui) mi ha permesso di comprendere il funzionamento e l’utilità di un sistema di gestione dei contenuti multimediali come 4U System nel controllo di un’esperienza museale multimediale. Dopo aver fatto ciò ho deciso di parlare con chi si occupa della realizzazione dei contenuti gestiti dal sistema, una delle anime artistiche di 4DODO: Elena Bertolini.

Elena Bertolini è la graphic and animation designer di 4DODO. Ha contribuito all’allestimento della mostra alla specola Margherita Hack curandone il lato artistico e multimediale, e realizzando, in collaborazione con Lara Barusso e Federico Cautero, il complicato progetto di proiezione 3D del telescopio Reinfelder che l’astrofisico tedesco Johann Nepomuk Krieger aveva posizionato nella villa Pia Sternwarte di Trieste. (Il telescopio originale è conservato all’interno della sede cittadina di Trieste dell’Istituto Nazionale di Astrofisica)

Buongiorno Elena, qual è stato il tuo compito nella realizzazione della mostra alla specola Margherita Hack?

Buongiorno, innanzitutto mi sono occupata di supportare l’INAF nella preparazione dei contenuti esposti nell’ambito della mostra multimediale: attraverso l’utilizzo di schermi o videoproiezioni abbiamo provato a raccontare la storia dell’Istituto Nazionale di Astrofisica e la vita e le scoperte di Margherita Hack, cercando di rendere la mostra interessante anche per l’osservatore medio e non esperto in materia, che può essere facilmente coinvolto dalla presenza di postazioni digitali. Nella realizzazione di video o slideshow è infatti importantissimo curare il lato estetico perché “anche l’occhio vuole la sua parte”.

Il lavoro più importante e impegnativo è stato quello riguardante la proiezione del telescopio Reinfelder, realizzato attraverso un anamorfismo, tecnica prospettica risalente al Rinascimento, che permette di visualizzare un’immagine distorta come tridimensionale se osservata da un certo punto di vista. In questo caso il telescopio viene proiettato su due lati della colonna centrale del Specola, con un angolo di incidenza di 90°. L’anamorfismo è una tecnica tanto bella quanto rigida: infatti appena si esce dal punto di vista esatto, tutta la magia svanisce. In questo caso l’illusione funziona proprio perché il passaggio del visitatore dall’ingresso, che è il punto di vista perfetto, è obbligato. Allo spettatore che entra all’interno dell’osservatorio sembra quindi di vedere il vero Reinfelder ruotare all’interno di una teca.

Alcuni dei contenuti multimediali dell’esposizione; durante la mostra il telescopio Reinfelder lascia spazio a immagini e didascalie

Qual è stato il processo realizzativo di questa proiezione? Da cosa è stata dettata questa particolare scelta artistica?

Una delle parti più fondamentali e complicate del nostro lavoro è senza dubbio la genesi delle idee: l’illuminazione sulla via da seguire nella realizzazione dei nostri progetti può arrivare naturalmente o, molto più spesso, deve essere stimolata attraverso ricerche e sopralluoghi. È stato Federico (Cautero n.d.r.) a pensare all’anamorfismo proprio perché lo spazio espositivo permetteva una sperimentazione del genere sfruttando l’angolo della colonna centrale che sostiene nella parte superiore il telescopio. Certo non è la più semplice delle soluzioni, ma noi di 4DODO cerchiamo sempre di spingerci oltre. È nella nostra natura.

Una volta individuata l’idea giusta è necessario coltivarla con cura e procedere alla stesura di uno storyboard, con il quale vengono fissati i punti fondamentali che vogliamo siano presenti nel risultato finale, come determinati effetti estetici o le emozioni che si vogliono suscitare nello spettatore, senza tralasciare il lato tecnico, che comprende la scelta delle tecnologie da mettere in campo.

Quando si esce dal punto di vita ideale il telescopio comincia a deformarsi

Qual è stata la parte più complicata del progetto?

Gli scogli che abbiamo dovuto superare sono stati parecchi: innanzitutto le tempistiche ci hanno costretto a lavorare molto intensamente, ma abbiamo riscontrato le maggiori difficoltà riguardo alle tecniche da utilizzare. Inizialmente ci eravamo orientati verso la fotogrammetria, che consente di ricostruire modelli 3D a partire da foto e video, ma abbiamo dovuto abbandonarla perché lo spazio piccolo in cui il grande telescopio è conservato non permetteva di catturare i moltissimi particolari del Reinfelder in modo corretto ed efficacie. Allora io, Lara e Federico abbiamo utilizzato i dati forniti dalle immagini da noi scattate per fare una ricostruzione 3D da zero.

Come hai anticipato in precedenza avete realizzato la proiezione con un anamorfismo. Sta avvenendo una riscoperta di tecniche prospettiche del genere nel campo della multimedialità?

La multimedialità nel campo della divulgazione culturale sta provando sempre di più a portare esperienze che una volta potevano essere vissute solamente dal vivo, in luoghi in cui l’opera rappresentata non è fisicamente presente. Il suo obbiettivo ultimo è quello di rendere accessibili eventi del genere direttamente dalle nostre case e per fare ciò c’è bisogno che la tecnologia sia pronta. È quindi necessario esplorare le ricerche prospettiche del passato, che hanno toccato livelli elevatissimi.

Che cosa può dare allo spettatore un’esperienza del genere?

Se l’idea e la realizzazione delle esperienze sono buone e se quest’ultime sono contestualizzate all’interno di un ambiente volto ad esaltarle, lo spettatore può rimanere estasiato: la multimedialità può addirittura amplificare le emozioni della visione di un’opera fisica, grazie alla presenza di luci e musica che contribuiscono a creare atmosfere estremamente suggestive, proprio grazie alla stimolazione di tutti i sensi. Inoltre trovarsi davanti alla riproduzione digitale di un’opera eseguita perfettamente, pur sapendo che quest’ultima non è reale contribuisce a creare un effetto di straniamento, inedito nella tradizione museale.  

In questa mostra esposizioni fisiche e multimediali convivono. Nel futuro la multimedialità potrà sostituire la fisicità dell’arte dei secoli scorsi?

Le esposizioni multimediali hanno un grandissimo potenziale: permettono infatti di vivere l’arte in maniera molto più immersiva rispetto ad una mostra in loco, anche perché questa immersività può essere appaiata all’interattività. La scansione di un’opera permette di avere una consapevolezza dei particolari e della struttura fisica della stessa molto maggiore rispetto a quella maturata con l’osservazione dal vivo. Ovviamente la tecnologia non potrà mai sostituirsi del tutto all’esperienza di persona, dato che le emozioni derivanti dalla vicinanza sensoriale ai lavori dei maestri del passato non potranno mai essere replicate.

Sarebbe bello se nel futuro ogni esposizione presentasse un intreccio tra oggetti fisici e contenuti multimediali, un po’ come accaduto alla Specola Margherita Hack.

Dopo aver toccato con mano l’interconnessione tra lato artistico e tecnico nella preparazione di un evento del genere da parte di 4DODO, non ho però capito come sia stato possibile tradurre il modello 3D del telescopio in una proiezione. Ho deciso di chiederlo a Stefano Vidoz (Direttore tecnico di 4DODO).

Come ti ha raccontato Elena, la realizzazione della videoproiezione è iniziata dalla creazione di un modello 3D; dal modello nasce il contenuto video che si può osservare nella mostra, costruito dal punto di vista dello spettatore. Per rendere evidente la tridimensionalità dell’oggetto è stato necessario agire su due proiettori, e la creazione dei contenuti da caricare sull’Engine che li gestisce, parte da un processo di decostruzione prospettica: i due proiettori girano video deformati per anamorfismo così da creare l’illusione finale che genera stupore nello spettatore.

Ovviamente mostre di questo genere vanno organizzate secondo una logica ben precisa: ho chiesto a Federico Cautero (Direttore creativo di 4DODO) quali criteri sono stati presi in considerazione.

Buongiorno Federico, qual è il concetto scenografico su cui si basa la mostra, e come fa la proiezione del Reinfelder a funzionare all’interno di essa?

In un progetto come questo è importante saper mettere in campo le nostre competenze scenografiche per rendere efficacie l’esperienza. Per fare ciò è importante sapere cosa si vuole raccontare. Il tema della mostra è lo spazio, e attraverso l’utilizzo di colori scuri si riesce a rendere l’aura di mistero che contorna l’universo profondo ed ignoto. L’oscurità, oltre a mettere in soggezione lo spettatore e rendere il più impattante possibile quello che poi troverà all’interno della specola, ha il potere di mettere in risalto il lato multimediale della mostra, dato che è proprio il continuo contrasto tra luci e ombre che rende davvero suggestiva l’esposizione. Quando si lavora a progetti del genere bisogna considerare il percorso che l’osservatore deve seguire, le cui particolarità vanno valorizzate e considerate. Il nostro ruolo in questo senso è quello di rendere il tragitto tra le diverse zone espositive il più naturale e omogeneo possibile mantenendo l’armonia lungo tutta la durata della visita.

Ovviamente la proiezione del telescopio è il cardine di tutta l’esperienza: l’effetto di una proiezione del genere cresce in base al grado di credibilità che si riesce a raggiungere, per fare ciò abbiamo dato molta importanza alle ombre che creano profondità, coerenti con l’illuminazione fioca dell’ambiente e ai moltissimi particolari del telescopio che abbiamo fedelmente riprodotto. Inoltre abbiamo costruito una sorta di “scatola” attorno alla colonna centrale dell’osservatorio, così da indurre il cervello degli spettatori a credere che l’oggetto sia in una teca, processo reso possibile anche dalla presenza nella proiezione dei difetti visivi che potrebbe causare la presenza di un vetro protettivo. Accortezze del genere permettono di giocare con la psicologia e la percezione dello spettatore.


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