“Guardare il futuro. Mettersi in gioco.” Di Giuseppe Emiliani, Regista.

“Guardare il futuro. Mettersi in gioco.” Di Giuseppe Emiliani, Regista.

Per noi di 4DODO e della 4DODO Academy, il teatro è un luogo magico popolato da personaggi e da storie, ricco di bellezza, fascino, racconto ed immersività. Si, pensateci bene: il teatro è il luogo per eccellenza dell’esperienza immersiva e dello storytelling, due concetti che oggi esprimono modernità e innovazione, ma in realtà appartengono al nostro essere umani da sempre. Non solo; il teatro è anche il luogo della creatività e dell’innovazione, anche tecnologica. E questo lo sappiamo benissimo noi di 4DODO perché in teatro sono nate le nostre prime esperienze di “scenografie virtuali”.

Il teatro è fatto soprattutto di persone, di figure professionali, alcune più creative altre invece più tecniche, con le quali dal 2012 abbiamo ha avuto il piacere di lavorare. Una di queste è Giuseppe Emiliani, il primo regista con il quale Federico e Stefano (Cautero e Vidoz, fondatori di 4DODO , ndr) hanno lavorato sperimentando le scenografie virtuali. Il loro innovativo modo di produrre scenografie si è unito alla visione registica di Giuseppe, in un sodalizio che negli anni ha portato molti ottimi risultati. E proprio di questo parla Emiliani, in questo suo pensiero sul rapporto tra regista – regia – scenografie virtuali e tecnologia. Buona lettura!


Chi è Giuseppe Emiliani, regista e drammaturgo

Ha allestito più di cento spettacoli teatrali. Ha collaborato con i principali teatri italiani, dirigendo attori e attrici di fama nazionale. Vincitore del Pegaso d’Oro per la regia teatrale del Premio internazionale Flaiano. Ha collaborato alla direzione artistica del Teatro Carcano di Milano. Attualmente è direttore artistico del Teatro Busan e docente alla Scuola del Teatro Stabile del Veneto. Ha curato vari adattamenti drammaturgici. E’ autore di testi teatrali rappresentati in Italia e all’estero. Ha tenuto stages internazionali. Ha insegnati Drammaturgia presso L’Università Ca Foscari di Venezia. E’ stato docente in varie accademie teatrali.


Nelle case dei teatranti ci sono locandine di spettacoli passati. Ed è bello, assieme ad amici  colleghi, condividerne la memoria: ” Oh, guarda chi c’era!“ La nostra attenzione si focalizza sui nomi in ditta scritti grande o sul regista ma anche al ruolo minore di qualche caratterista conosciuto ai pochi e sconosciuto ai molti. Alcuni di questi erano spettacoli fastosi, pieni di mobilie, attrezzeria, costumi che venivano riposti nei bauli e caricati su dei bilici in direzione di altri comuni dove fare la rappresentazione successiva. Anche un allestimento modesto aveva il suo camion: Cagnoni, Porcacchia (si chiamavano così, in questa maniera vagamente minacciosa i trasportatori, che bisognava saldare subito, altrimenti chi scarica le scene?). Raccontare, mostrare a un giovane che inizia adesso che cos’era la tournée, beh, si rischia il ridicolo, il modernariato dei mercatini dell’usato.

Il vecchio teatro di prosa: riposto come le palle di Natale o i pastori del presepe in cantina d’estate o nelle vetrine di bigiotteria dei magazzini dell’usato, dove una giovane commessa, ciancicando la gomma, ti chiede: ” Carina questa “foto di scena”! Che è? ” E tu: ” C’era una volta il Teatro…” E così torni melanconicamente a casa e ti metti a ricordare alcuni tuoi spettacoli di un teatro che non c’è più. Roba vecchia? Non credo. Quello che hai imparato nei tuoi 41 anni di vita teatrale forse è “materia” da trasmettere, tramandare.  Per guardare il futuro. Rimettendosi in gioco.

Ho cominciato a far teatro nel 1979. Ho allestito più di cento spettacoli teatrali, dirigendo attori e attrici di fama nazionale (Marcello Mastroianni, Giulio Bosetti, Franca Nuti, Giancarlo Dettori, Virgilio Gazzolo, Massimo Popolizio, Edoardo Siravo, Antonio Salines, Ivana Monti, Mario Valgoi, Giuseppe Pambieri, Marcello Bartoli, Dario Cantarelli, Carlo Simoni, Virgilio Zernitz, Sergio Romano, Laura Marinoni, Luciano Roman…) ma dando anche spazio (se non allevando) giovani attori e giovani registi.

Ho allestito testi contemporanei e tragedie greche, commedie borghesi e commedie borghesi, testi drammatici e testi divertenti.  Amo scrivere. Amo la musica, il cinema e la pittura. Sono curioso. Instancabilmente alla ricerca di dare un senso alla mia vita artistica.

Ho sempre pensato che l’attività teatrale deve essere una condizione esistenziale prima di essere un mestiere.

Credo che sia qui che bisogna scavare per trovare il modo non solo di fare allestimenti teatrali interessanti ma anche per vivere la libertà di inseguire possibili utopie.

Le nuove tecnologie digitali applicate al teatro offrono la “libertà di immaginare” senza porsi a priori dei limiti.

Nella mia carriera artistica ho avuto occasione di lavorare con vari scenografi. Ne voglio ricordare quattro, perché sono stati incontri molto importanti. Quattro artisti, quattro modi di concepire la scenografia.

Il primo è Lele Luzzati: un geniale artigiano. Un poeta vecchio e bambino. Ricordo (con nostalgia) i suoi fondali e quinte dipinti a mano con ineguagliabile maestria.

Il secondo è Nicola Rubertelli: uno scenografo “realista”. Dentro le sue scene ci si abitava.

Il terzo è Graziano Gregori: un artista tormentato e geniale, costruttore di complesse macchine sceniche, materiche, scultoree.

Il quarto è Federico Cautero (di 4DODO ndr) con il quale, in questi ultimi anni, ho stabilito un sodalizio artistico e umano che mi ha aperto nuovi orizzonti, grazie all’’utilizzo della scenografia virtuale.

Con Federico abbiamo allestito “Il Conde” di Magris, “Cacciatori di frodo” di Cinquegrani, “I rusteghi” di Goldoni, “L’Italiana in Algeri” di Rossini, “Luci della ribalta” da Charlie Chaplin, “Ecclesiaste”, “L’uomo dal fiore in bocca” di Pirandello, “La gloria” di Giuseppe Berto, “Generare Dio” di Massimo Cacciari,” La casa nova” di Goldoni,” “La Figlia di Shylock” ( spettacolo prodotto “a distanza” durante il primo lockdown), “Rigoletto” di Verdi.

Quando, nel 2013, ho conosciuto Federico gli ho subito manifestato il mio interesse per la tecnologia digitale applicata al teatro. Ho sempre pensato che la scenografia virtuale, oltre a ridurre i costi di produzione di uno spettacolo, offra soprattutto la “libertà di immaginare” senza porsi  a priori dei limiti. 

Faccio di mestiere il regista ma a volte penso che, inconsciamente, la mia ambizione sarebbe quella di diventare un drammaturgo dello spazio, un pittore di storie…

Da sinistra Giuseppe Emiliani e Federico Cautero durante l’allestimento de “La Casa Nova” di Goldoni, al Teatro Goldoni di Venezia (Produzione Teatro Stabile del Veneto)

La prima cosa che penso quando devo allestire uno spettacolo è “lo spazio fisico-mentale” dell’azione scenica e “il clima luminoso” dello spettacolo: “cosa” illuminare, in funzione del significato e “come” illuminare in funzione della costruzione narrativa.

Dentro lo spazio scenico tutti gli oggetti ricevono un significato nuovo, più profondo, che dovrebbe esprimere quello che a suo tempo ha detto Paul Klee sul dovere fondamentale dell’arte: “L’arte non deve rappresentare le cose visibili, ma quelle invisibili. Ciò significa che deve tradurre il mondo secondo nuove leggi dell’immagine. Invece dell’albero, del ruscello e della rosa ci interessa piuttosto la manifestazione della loro crescita, dello scorrere e del fiorire.

Prima di iniziare le prove devo avere ben chiaro “i luoghi” e “i colori” dello spettacolo. Come essi cambiano, interagiscono con lo sviluppo drammatico della “vicenda” rappresentata.

Una scena di Luci della Ribalta, Regia di Giuseppe Emiliani, scene Federico Cautero, Scenografie virtuali 4DODO

E oggi (è davvero un miracolo di questo nostro tempo) è possibile “dipingere con la luce”…Costruire virtualmente spazi fisici e mentali… Vederli, agirli, modificarli, prima di cominciare “concretamente” a lavorare con l’attore…

Prima dell’azione scenica dell’attore, per me, viene l’immagine, la luce… 

Si dice: è venuto alla luce, alla luce della mia mente; facciamo luce su questa vicenda, i fatti di quella notte furono illuminati dal racconto fantastico del poeta…

L’innamorato dice: luce degli occhi miei rivolto al suo amore, oppure dice: mi illumino d’immenso… oppure se l’umore e le cose non vanno troppo bene, dice: con questi chiari di luna…

Anche i ciechi “vedono” con la luce della mente il mondo, che forse è più reale di quello che si vede…

Il mondo rinasce ogni giorno dopo la morte della notte.

Ma anche nella notte c’è luce quando si vede un brulicare di forme, di creature vere…

Luce per assistere ogni giorno al manifestarsi della vita.

Piccole e grandi luci per ogni espressione, per dare vita ad ogni cosa…

Luce per vedere il bello e il brutto, per commentare i giorni.

Piccole luci e grandi luci.

Luci per ogni cosa, per ogni circostanza.

Luce forza suprema per squarciare la tenebra…

La realtà stessa sembra essere il gioco sapiente dei volumi assemblati sotto la luce.

Le ombre e le luci rivelano le forme, piene o scavate, emergenti o in profondità, nel loro globale assemblaggio reciproco…

Anche in teatro si scrive con la luce. Oggi è possibile un uso pittorico della luce per creare scenografie immateriali. Con la videoproiezione la luce si fa immagine. La luce racconta, esalta, allude, conferendo alla realtà componenti oniriche.

La luce crea ambientazioni. Sceno-grafie. La luce diventa quasi una nuova “materia” che può essere d’aiuto a enfatizzare la scena, stimolando occultamente la nostra psiche, modificando la percezione della tridimensionalità dell’oggetto e conferendogli una magia che altrimenti non avrebbe.

Ogni volta che si spengono le luci in sala, penso: in principio fu il fuoco…

Quando poi si apre il sipario e si illumina la scena penso a quella sera del 1688 quando per illuminare il parco della reggia di Versailles furono utilizzate 24.000 candele di cera…

E penso che nella storia dell’illuminazione artificiale, lo stoppino segnò una rivoluzione simile a quella causata dalle ruote nella storia dei trasporti…

Italiana ad Algeri di Rossini, Regia Giuseppe Emiliani, scene Federico Cautero, Scenografie virtuali 4DODO – Teatro Mario del Monaco di Treviso.

Oggi, a teatro, possiamo ricreare virtualmente quel parco illuminato… permettendo a ciascuno, la libertà di credersi allo stesso tempo, profondamente immerso nella realtà e perso nell’evanescenza dell’irrealtà. Comunicare a 360 gradi è questa la rivoluzione della scenografia virtuale.

Il teatro di domani non potrà più trascurare l’evolversi della tecnologia, le straordinarie evoluzioni nelle tecniche del linguaggio. Citando Benjamin: “A un certo punto il clavicembalo è diventato pianoforte” …

Una scena de La Casa Nova di Goldoni, regia Giuseppe Emiliani, scene Federico Cautero, scenografie virtuali 4DODO. Foto di Serena Pea.

Tuttavia dobbiamo stare attenti. L’impiego della scenografia virtuale non deve farci dimenticare che l’emozione è, e deve restare, “l’effetto speciale” per eccellenza .

Le moderne tecnologie aiutano a realizzare “fantasie virtuali”. Ma la tecnologia è pur sempre uno strumento, un attrezzo, un materiale modellabile come il legno, la stoffa, il colore, che non avrebbe alcun senso e ragion d’essere senza la mano d’un artista a muoverla.

Il computer è l’ultimo, in fatto di tempo, di questi nuovi ‘attrezzi’ ad aver visto le sue potenzialità messe al servizio della rappresentazione scenica. Grazie al computer non solo un artista musicale è in grado di riprodurre un’intera orchestra, o dieci orchestre e mille altri suoni, voci, rumori una volta irriproducibili, ma può addirittura crearne di nuovi, inimmaginabili fino a prima dell’era elettronica.

Così, grazie al computer, anche l’artista visivo adesso ha nelle proprie mani infiniti materiali ed infiniti colori per ricreare ciò che il suo immaginario contempla. Si possono quindi ricreare tutte quelle immagini che prima si disegnavano con carta, legno tela e pennelli oppure ciò che si poteva immortalare solo mediante la fotografia tradizionale, avendo ovviamente la necessaria sensibilità per catturare in un momento ciò che lo sguardo attraversa rapido, spesso senza discriminazioni.

Grazie alla grafica tridimensionale ed il computer è possibile ricreare interi mondi reali e fantastici in cui gli attori si possono immergere per fondersi ancora di più nella loro nuova identità.
La computer-grafica è l’ultima frontiera delle tecnologie scenografiche ed è diventata ormai fondamentale anche nella produzione cinematografia. Eppure, nonostante renda praticamente illimitate le possibilità creative, questo non significa che renda il complesso processo creativo più semplice o più rapido da attuare.

Nella maggior parte dei casi, infatti, è esattamente l’opposto. La creazione digitale richiede oltre ad una estesa creatività nelle forme, nei colori, nei concetti, nell’applicazione ed addirittura rielaborazione ed ideazione delle tecniche elettroniche, anche e soprattutto una grande quantità di capacità tecniche ad alto livello e di una buona dose di pazienza nonché “tempo” per metterle in pratica…

Il tempo… Il tempo della nuova tecnologia apparentemente “veloce”, a volte, sembra sfidare il tempo della “lenta” artigianale manualità…

A volte, mi piace pensare che sperimentare la scenografia virtuale può farci tornare la nostalgia di illuminare una scena completamente vuota con un semplice lampadario pendente… o con una piccola ribalta composta (perché no?) di lumi ad olio…Oppure tornare a illuminare (per una notte) il parco di Versailles con 24.000 candele accese…

Giuseppe Emiliani (insiseme a Giancarlo Previati e Federico Cautero) durante le prove di , “Ogni domani porta il suo pane” spettacolo scritto e diretto da Giuseppe Emiliani per il Molino Bornaci, sede di 4DODO e della 4DODO Academy.

Una scena di “Ogni domani porta il suo pane”.


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